Le origini del quadro
Intorno al 1625 scoppiò in Sicilia la peste che in poco tempo fece migliaia di vittime (si calcola che a Palermo perirono 22 mila persone); contemporaneamente alla peste che inizia a minacciare le terre di Calabria, grossi movimenti tellurici investono il territorio dal marzo al novembre del 1626. La popolazione cominciò a ricercare nella protezione del divino il rifugio allo stato di calamità esistente. La fama del culto della Madonna di Costantinopoli venerata a Napoli si era estesa in Calabria, come scrive lo storico Domenico Lamannis: "Pervenuta era alla mia patria Gimigliano la fama delle grazie, che si ottenevano mercè l'invocazione della Vergine sotto il titolo di Costantinopoli, e non solo in Napoli, ma in ogni dove erasi estesa la devozione, e non solo nei casi di peste, ma per ogni altro flagello".
La presenza di due sacerdoti annoverati tra gli uomini più sapienti della Gimigliano del 1600, facilitarono il desiderio del popolo di venerare una immagine della Madonna di Costantinopoli dello stesso tipo iconografico napoletano. A evidenziare la continuità e il richiamo alla tradizione orientale e napoletana, anche a Gimigliano fu osservato il digiuno a pane ed acqua perché lo Spirito Santo ispirasse correttamente il pittore incaricato di eseguire il lavoro. L'artista prescelto fu un pittore dozzinale di Gagliano, piccolo sobborgo della vicina Catanzaro, di nome Marco Pizzuto, soprannominato Marcangione.
Anche il quadro di Gimigliano rientra così nella tipologia delle Acheropite, cioè delle immagini non dipinte da mano umana: il significato del termine è da ricercarsi nella tradizione iconografica. Infatti il pittore prima di accingersi all'esecuzione dell'opera, digiuna per lasciarsi ispirare dalla Provvidenza, riproducendo quindi immagini sacre riferibili a bellezze divine. Il Quadro di Marcangione, conteso dalle popolazioni di Catanzaro e Gagliano, fu riconosciuto alla fine di proprietà dell'Arcipretura di Gimigliano, per cui l'Immagine fu custodita nella Chiesa Madre.
Il Quadro rappresenta la Madonna che tiene sul braccio destro Gesù Bambino nell'atto di allattare dal seno della Madre. Due angeli con una mano sostengono una cortina, mentre con l'altro sorreggono la corona posta sul capo della Vergine. Sul manto azzurro è dipinta una stella (caratteristica della Madonna di Costantinopoli o Odigitria). Mancano, rispetto all'icona di Napoli, i particolari del Battista e di Giovanni l'Evangelista, nonché la città di Costantinopoli in preda alla fiamme. Di particolare bellezza è il volto della Madonna, così descritto da mons.Giuseppe Pullano: "Veramente celestiale, spirante soavità e dolcezza; specialmente lo sguardo, che segue sempre l'osservatore, ovunque si ponga è divinamente accogliente, profondamente penetrante al punto da toccare il cuore e da strappare le lagrime: tutti, anche i più indifferenti, anche quelli venuti solo per curiosità lasciano ai piedi di quell'Immagine una lagrima…".
Gimigliano istituì una devozione tutta particolare per la Madonna di Costantinopoli: la sacra immagine, così come a Costantinopoli, fu ordinariamente coperta da un velo (Lamannis scrive "acciò fosse più venerabile") e scoperta durante le sacre liturgie; il martedì, come per Costantinopoli e Napoli, divenne anche per Gimigliano il giorno dedicato alla Madonna e si istituì anche la festa del martedì di Pentecoste.
Tra le altre costumanze riconducibili alla tradizione orientale, già alla fine del Settecento si usava precedere, alla festa, la pratica dei Sette Martedì che la precedono (anche in quella circostanza veniva rispettato il digiuno). Nel primo dei Sette Martedì si usava benedire i semi del baco da seta, dinanzi al Quadro della Vergine.